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COOPERATIVA SOCIALE CAPOVOLTI
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Il percorso di Mamadou

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Mamadou ha 26 anni, viene dal Mali. Secondo di quattro figli, la responsabilità per la sua famiglia di origine, povera e indigente, lo porta in Italia nel 2017 per trovare lavoro ed un sostegno economico per la sua famiglia.
 
Durante il suo percorso verso l’Italia, Mamadou vive l’esperienza della violenza e del carcere in Libia. Picchiato, sottoposto a violenze fisiche e torturato, ha subito gravi ripercussioni, sia in termini di sofferenze fisiche, ma soprattutto di tipo psicologico, con quella che verrà poi inquadrata come psicosi di tipo paranoide.
 
Sbarcato a Lampedusa è stato trasferito a Eboli, nella località di Campolongo. Durante il periodo trascorso in questa zona, il beneficiario ha lavorato come bracciante agricolo nella Piana del Sele, svolgendo lavori pesanti e faticosi, spesso in condizioni di sfruttamento.
 
Le terribili condizioni di lavoro e l’assenza di un accompagnamento come di una rete di prossimità, hanno definitivamente compromesso lo stato psichico di Mamadou
 
Mamadou racconta di aver subito episodi frequenti di bullismo, umiliazioni e sevizie da parte delle persone con cui viveva, all'interno di una struttura fatiscente e inadeguata a garantire le condizioni minime di dignità.
Nonostante ciò, Mamadou ha continuato a lavorare per cercare di sopravvivere e costruirsi una possibilità di vita dignitosa.
 
Agli inizi del 2025 l'ospite è stato intercettato dal progetto Demetra (attuale MISCA), guidato dall'ASL Salerno, il progetto vede la partecipazione di partner del terzo settore come Consorzio La Rada, Città della Luna e Prometeo82, con il supporto dei comuni locali, e dopo un percorso di stampo riabilitativo è stato indirizzato presso la Cooperativa Sociale Capovolti Onlus, al fine di prevedere un accompagnamento comunitario alla socializzazione, alla cura del sé, supporto e sostegno psicologico, nonché inserimento lavorativo e indirizzamento alle pratiche di autonomia.
 
“L'accoglienza dell'ospite Mamadou ha visto un serrato lavoro, in sinergia con i servizi territoriali, al fine di inserirlo gradualmente all'interno di un contesto di comunità, considerando la complessità e l'interconnessione tra gli elementi psicopatologici e quelli che investono una persona con un background migratorio che ha subito numerosi traumi nel suo percorso di vita. Attraverso l'impegno collettivo da parte del personale qualificato, nonché dei livelli terapeutici di relazione con gli altri ospiti, che fin da subito si sono dimostrati estremamente accoglienti e inclusivi, Mamadou sta gradualmente migliorando la sua qualità di vita, ed è stato dunque inserito all'interno di un percorso lavorativo che tenesse conto delle sue abilità e dedizione al lavoro, ma anche delle sue fragilità.”, è quanto la coordinatrice dei servizi, la dott.ssa Federica di Martino, racconta di un percorso di crescita, condivisione ed elaborazione collettiva che attualmente permette al beneficiario di continuare il suo percorso lavorativo, gestire il suo piano economico e sviluppare abilità di cura personale e degli ambienti che lo spingano verso forme sempre maggiori di autonomia.
 
Quella di Mamadou, purtroppo, è solo una delle tante storie che quotidianamente muovono nel silenzio dell'indifferenza di una società e una cultura che, a favore del mero profitto, sacrificano la dignità di vita delle persone, soprattutto quelle con maggiori livelli di fragilità. Restituire, attraverso percorsi di autonomia e inserimento lavorativo, il valore che ogni vita umana merita, è una responsabilità collettiva dalla quale non vogliamo, e non possiamo, sottrarci.
 
Per questo continuiamo, da oltre un decennio, a costruire luoghi di cura, accoglienza, prossimità; luoghi in cui generare relazioni e pratiche di costruzione condivisa di una comunità a misura di ogni persona.
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